NUTRIRE LA VITA

nutrire la vitaNutrire è un verbo elementare, fondamentale. Descrive l’attività primaria in cui siamo coinvolti ancor prima di nascere. Tuttavia, ci ricorda Jullien, quasi da subito in Occidente questo verbo fondamentale è scisso secondo due sensi, uno proprio, l’altro metaforico, il primo riguardante il nutrimento del corpo, l’altro riguardante il nutrimento dell’anima. La filosofia occidentale non può non leggere questo verbo che attraverso la grande codificazione che oppone il corpo all’anima. Ora, è proprio a tale opposizione che il concetto cinese di “nutrimento vitale” sfugge. Yang sheng, “nutrire la vita” non riguarda né (solo) il corpo né (solo) l’anima. Nutrire la vita significherà, in una prima fondamentale approssimazione, mantenersi in vita, sviluppandola e affinandola. Rispetto all’opposizione anima-corpo, il pensiero cinese pensa l’inseparatezza del processo vitale, che deve essere mantenuto e affinato, decantato.

Come l’antico pensatore Zhuangzi chiarisce, nutrire la vita significa rafforzare in sé la vitalità: “impegnandomi

Zhuang Zi

Zhuang Zi

sempre più a fondo nel processo di affrancamento-affinamento-decantazione […] sono al tempo stesso indotto a liberarmi da quei punti di fissazione, di blocco e di pesantezza, che fanno grossolanamente da schermo, costituiti da tutte le faccende del mondo rispetto al mio flusso e dinamismo interiore”. Quindi, il nutrimento non è qui concepito come progresso, bensì come “rinnovamento” che non mira a nient’altro che a “mantenersi evolutivi”.

Il legame strutturale tra la nozione di felicità e quella di finalità, è quello secondo cui la felicità è il bene sommo sul quale tutti sono d’accordo in quanto è un fine in sé e non è perseguito in vista di altro, come accade per tutti gli altri beni. È a questa nozione di felicità che Jullien oppone il pensiero taoista della processualità. Il processo, come già detto, non ha alcuno scopo né senso, perché esprime l’infinita circolazione vitale del soffio-energia. Adeguarsi al processo elimina ogni tensione derivante dal prefissarsi uno scopo. Anzi, arriva ad affermare Jullien, “è lo scopo stesso che crea tensione” e, quindi, quello stato di infelicità che produce l’aspettativa di una felicità strutturalmente irrealizzabile.

Nutrire la vita apre un’altra possibilità, un’altra logica, quella dell’affinamento-trasformazione che si sviluppa in alternativa alla ricerca e alla conquista, dunque in alternativa alla felicità, che è strettamente legata – nel pensiero occidentale – all’idea di scopo. Anzi, si può dire che la filosofia europea si sia sempre fronteggiata con un elemento tragico, quello di non poter rinunciare all’idea di una finalità positiva, pur constatando che la felicità è un fine purtroppo irraggiungibile. Di qui una drammatizzazione dell’esistenza e la ricerca affannosa di vie per sfuggire a questa aporia che è invece assente nel pensiero cinese. Infatti, secondo quest’ultimo, è solo cessando di sottoporsi a scopi che la vita arriva a produrre sufficienti capacità di autoincitamento, tanto da determinarsi da sé, e produrre effetti, senza che noi ci poniamo alcuna mira.

 

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