La mia casa sono i libri

L’intervista a Jhumpa Lahiri a Pane quotidiano dell’11 febbraio 2015 (Rai – Pane Quotidiano) affronta molti temi. Innazitutto, come ricorda Concita de Gregorio, conduttrice del programma, è un cervello in fuga verso il nostro paese, per una volta. Venire a vivere in Italia è stata per lei una scelta, quasi una necessità. E a portarcela sono state le parole. La lingua italiana. L’amore per una lingua e per le parole che la formano, in quanto capaci di essere il luogo di un’identità. La lingua è l’elemento fondante dell’appartenenza.

jhumpa lahiri“All’inizio pensavo fosse un capriccio, qualcosa di ammirevole, studiare un’altra lingua. Poi ho capito che c’era un bisogno più emotivo”.

Il bengalese è la lingua della sua famiglia, la lingua orale che la madre ha usato con lei e che Lahiri ha usato con il figlio dopo la sua nascita; l’inglese è la lingua dell’educazione e della formazione, appresa a scuola. Con l’inglese ha  scritto i suoi primi libri. L’italiano è un bisogno, nato dalla necessità di esprimere al meglio le emozioni. “Qui in Italia ho una vita bellissima: mi alzo e parlo inglese con la mia famiglia, esco a prendere un caffè e discuto in italiano, poi vado dai commercianti bengalesi e parlo il bengalese. Tutte le lingue della mia vita sono qua, a due passi da casa mia”.

Jhumpa Lahiri è un’ “immigrata speciale”, perché si è sentita accolta dalla lingua che ha amato e studiato per più di vent’anni ancor prima che dal paese dove viene parlata e risiede qui con la famiglia. Ma il mare che lei ha attraversato per vivere la sua avventura linguistica, per molti “immigrati normali” è un calvario che, ammesso di approdare sulle coste italiane, si trasforma in una vita di frustrazioni: si trovano sempre ai margini, non fanno parte di niente, lavorano spesso in nero e vivono in una situazione estremamente precaria. Le seconde generazioni nascono e vivono in questo clima: anche con loro le leggi italiane non sono accoglienti.

Con il libro da esordiente Jhumpa Lahiri vince il premio Pulitzer nel 2000 e non si sente degna di riceverlo. Perché è strano ottenerlo per un’opera prima e, nonostante possa aprire molte porte, non sempre è buono per il processo creativo il fatto che l’artista si senta arrivato. “Preferisco sentimi sempre sulla soglia, un po’ a disagio”.

Jhumpa Lahiri afferma di essere innanzitutto una lettrice, perché per lei la lettura è stata ed è la sua salvezza, un riparo dalle sofferenze e dal dolore che il conflitto fra l’inglese e il bengalese le provocava. La scrittura, poi, è figlia della lettura. “Io riesco ad identificarmi solo nelle parole: sono a cavallo fra diverse culture, non ho un mio paese di appartenenza; la mia casa sono i libri. L’italiano riempie un vuoto e mi dà un nuovo equilibrio”.

In altre parole- Einaudi, il libro che Lahiri ha scritto direttamente in lingua italiana

In altre parole- Einaudi, il libro che Lahiri ha scritto direttamente in lingua italiana

So che il mio lavoro, da lettrice, da apprendista della lingua, non finirà mai. Quando ci si sente innamorati, si vuole vivere per sempre. Si vagheggia che le emozioni, l’entusiasmo che si prova, duri. Leggere in italiano mi provoca una brama simile. (…) Io (…) raccolgo le parole. Voglio tenerle in mano, voglio possederle. Quando scopro una nuova parola in italiano, un modo diverso per esprimere qualche cosa, mi meraviglio. Provo una specie di estasi.

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