DELL’ENERGIA E DEI SUOI BLOCCHI

ELETTRICA

Elettrica è la spinta
ti da un’emozione al secondo
io sento un mostro chiuso in me
Gabriele è l’uomo che potra salvarci
sempre che non perda troppo tempo
il mondo è superficiale oggi
la gente ha sempre tanto da fare
fumare come macchine a carbone
conto alla rovescia delle ore
oggi è il mio onomastico
è un giorno in cui non si potrà lavorare
ma porterà notizie
a cosa serve tutto questo
mantiene la luce accesa
nella tua testa una luce accesa
c’è chi ascolta canzoni assurde
molti non vivono più in questo mondo
io che vedo con il terzo occhio
ora so leggere il futuro
Giorgia può prendere l’auto e tornare indietro
prendo un passaggio o resto qua
la fotosintesi delle piante sono civette all’ora del caffè
scomparire è facile
ora ti chiedo di alzarti in piedi
ora ti chiedo dov’è il talento
poi di certo seguirà il tramonto
per quanti ritmi che ci sono in testa
la direzione non è mai la stessa
per trovare lucidità e certezza
serve almeno una luce in me
almeno una luce in me
e mantiene la luce accesa
nella tua testa una luce accesa
occhi aperti e una luce accesa

Il Pan del diavolo

Il testo mi ispira una riflessione sull’energia e i suoi blocchi. La luce è una fonte di energia. Ma se è luce elettrica e si introduce in noi come una spinta, ci porta all’eccitazione. E ci dona un’emozione al secondo. Forse è troppo. Non è possibile rimanere sempre in alto, non è possibile mantenerci sempre al massimo, perchè questo non è vivere. L’eccitazione forza la vita in maniera innaturale. Se ad esempio mi stanco perché ho svolto un’attività, il fisico mi chiede di recuperare con dieci minuti di sonno. Ma qualcosa me lo impedisce: sono in ufficio, su un autobus, oppure mi impongo di rimanere sveglio perché è giorno e di giorno non si dorme. Allora prendo un caffè. Un eccitante. E mi va bene. Ma quando sarà finito l’effetto, mi sentirò stanco due volte. Reiterate questo comportamento e in voi si creerà un nodo, un nodo che è il segno che qualcosa non va, un innaturale che non sappiamo più decifrare, presi come siamo dall’abitudine. C’è un mostro chiuso in noi.

Cosa può liberare il mostro, sciogliere i nodi? Forse l’esternazione, la parola, l’annuncio. La parola. I rapporti basati ancora sulla parola.

Molti di noi vivono dettati da ritmi che forzano la vita, non la nutrono. La eccitano fino al punto di perdere quel naturale senso di incitamento alla vita che è proprio di qualunque esistenza. Quello che fa mangiare per sopravvivere, non per ingrassare. La differenza fra incitazione ed eccitazione. L’eccitazione induce a fare continuamente, senza riuscire a calibrare lavoro e riposo, spazio occupato e spazio libero. Senza ozio, cala il tempo a disposizione per la riflessione e si rimane più spesso in superficie. Un’auto che procede a 60 km/h è più pesante di un’auto lanciata a 150 km/h. Un corpo nell’acqua rimane in superficie ad una certa velocità, rallentando tende ad affondare. Più veloci siamo, meno ci diamo l’occasione di essere profondi.

Ma se decidiamo di interropere questa catena di eventi scontati, queste abitudini e decidiamo di prendere vacanza, un anno sabbatico, per non essere divorati dal vortice delle cose da fare, per riconoscere la libertà e la qualità della vita? Il nostro essere si prenderà comunque delle libertà, che mano a mano non sapremo più controllare; e ci perderemo in canzoni assurde, in mondi virtuali. A cosa serve la vacanza? A mantenere un’idea, un pensiero diverso sulle cose, su noi, sul mondo. A mantenere una luce accesa, un dubbio, un’alternativa. A non bloccare l’energia, a continuare a sapere che l’equilibrio si cerca rimanendo mobili, che l’energia è sempre in movimento alla ricerca di un nuovo equlibrio. Equilibrio, energia e movimento. Mantenersi evolutivi.

Così sapremo essere equilibri imperfetti, costantemente alla ricerca di noi stessi e di nuovi equilibri, con un occhio alla fotosintesi delle piante, l’occhio delle civette di Athena, non delle telecamere; occhi aperti dal riposo e dalla curiosità, non dal caffè. Distruggere è sempre stato più facile che costruire; per costruire serve fatica, dedizione, talento. Serve un colpo di reni. Coraggio di guardarsi in faccia, qualunque cosa si veda nello specchio, fino a quando sarà superflo lo specchio. E uno sguardo lucido su se stessi e sul mondo, una luce sempre accesa. Per essere equilibri imperfetti disponibili ad incontrare altri equilibri imperfetti, ad amarli come sono, ad amarci come siamo, immersi nell’enorme equilibrio imperfetto che è questo mondo, questa vita. Nei quali possiamo beatamente anche sprofondare.

 

 

 

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