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HESHER

Sapevate che il personaggio Hesher è ispirato a Cliff Burton, celebre bassista dei Metallica scomparso nel 1986 in seguito ad un incidente stradale? E che gran parte della colonna sonora del film è composta da brani dei Metallica cosa più unica che rara visto la diffidenza della band a rilasciare i diritti di utilizzo? Ma per questa pellicola che hanno molto apprezzato hanno fatto un’eccezione.

Sul film, rimane l‘impossibilità di dire la morte, la rabbia che fatica ad esplodere e corrode, l’impotenza, mentre la gente continua a morire nonostante ciò che proviamo; rimane il pianto di una nonna che si cura con le canne, perchè come capita spesso, gli anziani sanno andare dritti al sodo di ciò che conta e comprendono persone e situazioni al primo sguardo (noi che andiamo veloci non sappiamo che si muovono lenti, gli anziani, ma conoscono tutto, a fondo: il fondo di ciò che hanno già vissuto); rimane una passeggiata che prima o poi si deve fare, perchè è stata promessa e un dito non tagliato è più difficile che tagliare un dito; rimane la tendenza distuttrice, che a volte ci sovrasta e deve trovare uno sfogo. E rimane la consapevolezza che i coglioni sono due; pèrsone uno, rimane almeno l’altro.

The end…or the beginning?

http://youtu.be/Y3-2bKD4zyg

More:

Heshermania https://www.facebook.com/hesherestatoqui

Opinioni: http://www.pensieridicartapesta.it/2012/02/02/hesher-e-stato-qui/

http://www.effettonotteonline.com/news/index.php?option=com_content&task=view&id=2446&Itemid=24

http://giorgioalessio.com/cinema/2012-2/hesher-e-stato-qui/

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Non mi sono mai sentito così profondamente distaccato da me e così presente nel mondo nello stesso momento

«Non mi sono mai sentito così profondamente distaccato da me e così presente nel mondo nello stesso momento». Inizia con questa frase di Albert Camus Detachment – Il distacco, il nuovo film del regista di American History X, Tony Kaye, che per contenuti e messaggio ricorda L’attimo fuggente, ma è sperimentale a livello di regia. Il film si serve di soluzioni visive non convenzionali e della superba prova di Adrien Brody per riflettere sul ruolo degli insegnanti – e più in generale della scuola – e sulle diverse forme di disagio sociale di cui sono vittime (ma anche artefici) le nuove generazioni. Con la consapevolezza di appartenere a un momento storico minato dalla crisi delle principali agenzie educative in cui diventa fondamentale per i giovani «avere una guida, una persona che ti aiuti a capire, ad accettare la complessità del mondo in cui viviamo».

Locandina Detachment

Locandina Detachment

Leggi la trama e guarda il trailer del film

La prospettiva è quella di uomo che una guida non l’ha mai avuta. Henry Barthes, il miglior supplente di letteratura tra gli insegnanti disoccupati, e per questo in costante pellegrinaggio da una scuola superiore all’altra, è un uomo solitario, barricato in se stesso. Un presente profondamente segnato da un trauma infantile – rivissuto attraverso una serie di flashback – che lo ha trasformato in «un guscio vuoto», come lui stesso si definisce, e lo porta a mantenere una distanza di sicurezza da chiunque. Anche dai suoi studenti, con i quali non c’è mai nemmeno il tempo di instaurare dei legami. Questo fino a quando non viene mandato in una scuola di periferia frequentata da ragazzi «praticamente irrecuperabili». È durante la permanenza in quell’istituto che Henry incontra Erica, giovane prostituta a cui offre aiuto e protezione e l’unica capace di penetrare la barriera difensiva dietro cui lui si nasconde.

Ne esce un quadro piuttosto desolante e a tratti un po’ forzato, ma nel complesso sincero. La fotografia di una realtà dove mancano i punti di riferimento. Dove i giovani, avendo perso il senso del limite e del rispetto per se stessi e per gli altri, si permettono di minacciare gli insegnanti, insultare i compagni e vendere il proprio corpo: «Noi ci siamo nati nella feccia e non abbiamo niente a parte la consapevolezza di quanto tutto sia incasinato». Dove «bisognerebbe avere dei requisiti e seguire un manuale per fare i genitori», perché questi o si ergono a difensori dei propri figli o, al contrario, infieriscono sulle loro debolezze; mai cercano di comprendere. Dove «l’unico modo per sopravvivere all’olocausto del marketing è poter preservare la nostra mente». Dove alcuni insegnanti credono di poter fare la differenza, salvo poi accorgersi di aver fallito. E dove l’unica certezza rimane la grande e fondamentale responsabilità degli educatori di guidare i giovani e fare in modo che non crollino.
È la macchina da presa a estorcere questi pensieri, piazzandosi davanti a Henry e ad altri insegnanti e catturando ogni loro confessione. Ma anche zoomando velocemente sui volti e i corpi dei protagonisti, a volte fin troppo, tanto da non riuscire a metterli a fuoco. E laddove l’obiettivo non arriva sono animazioni grafiche bidimensionali – disegni tracciati con il gesso sulla lavagna – a dare forma ai sentimenti e tradurre le parole in immagini.
Sebbene i toni tendano ad alzarsi, lo sguardo a generalizzare e farsi troppo pessimista e la tensione ad aumentare in modo funzionale all’evoluzione del film, quel che conta è che non siamo davanti a un guscio vuoto. Tutt’altro, un guscio pieno di verità che scuotono.

Lo straniero - A. Camus

Lo straniero – A. Camus

Lo straniero (L’Étranger) è un romanzo dello scrittore e filosofo francese Albert Camus, pubblicato nel 1942 per Gallimard.

Questo libro è conosciuto per le sue tematiche che molti critici considerano esistenzialiste, come l’assurdità della vita e l’indifferenza del mondo. Camus però non si considerò mai un esistenzialista.

Dal romanzo hanno preso spunto i Cure per la canzone Killing an Arab ed i Tuxedomoon per il brano The Stranger.

L’opera, divisa in due parti, racconta della vita di un uomo di origine francese, che vive ad Algeri, conosciuto come Meursault. La vicenda inizia con la morte della madre del protagonista, ospite di un ospizio fuori città. Il carattere di Meursault viene subito messo in evidenza: sembra non provare alcun tipo di emozione per la madre, rifiuta di vederne le spoglie, beve caffè e fuma vicino alla bara. Il punto di vista è in prima persona, direttamente nella mente di Meursault. Nei giorni dopo il funerale, Meursault inizierà una relazione con una donna, sua ex collega di ufficio, conosciuta in spiaggia, di nome Maria. Per quanto Maria sia veramente innamorata di lui e desideri sposarlo, il protagonista prova per lei solo desiderio fisico privo di sentimenti.

Meursault si ritroverà, per una serie di circostanze e senza una volontà precisa, a commettere un omicidio su una spiaggia, sparando ad un arabo uccidendolo, e poi sparando altre tre volte sul suo corpo inerte. La pistola gli era stata data da un suo amico, Raymond Synthès, un magazziniere forse sfruttatore di donne che aveva schiaffeggiato e picchiato la sorella dell’arabo, provocando in questi un desiderio di vendetta.

Meursault verrà messo in prigione per il suo crimine. Durante il lungo processo verrà discusso, più che l’assassinio, il fatto che Meursault sembri non provare alcun tipo di rimorso per quello che ha fatto. Malgrado i tentativi dell’avvocato difensore, e vista anche la poca collaborazione di Meursault che non difende nemmeno sé stesso, alla fine Meursault verrà condannato a morte. Meursault non tenta nemmeno di trovare il perdono attraverso Dio, rifiutando il conforto del prete. La storia finirà con Meursault che realizza quanto l’universo stesso sembri indifferente rispetto all’umanità.

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