Monthly Archives: giugno 2013

UNIONE

L’ACQUA è POTENTE

SPOSTA I COLORI

DICE LA TINTORA

IN LAVATRICE

PANCIA DI MAMMA

CON L’OBLò

 

L’ACQUA NUTRE E RICORDA

la sua forza

nel destino di un legame

 

MOLECOLA COL CORAGGIO

DI PENSARE AL MARE

 

Acqua 1. Liquido trasparente, incolore, inodore, insapore, formata da due atomi di idrogeno e da uno di ossigeno, costituente fondamentale degli esseri umani, diffusissima in natura 2. Distesa o raccolta di acque; 3. Pioggia; 6. Prodotto o preparazione chimica liquida; 7.  In chimica, liquidi di scarto 8. Liquido amniotico; 9. Limpidezza, intensità luminosa delle pietre preziose; 10. Trigono a cui appartengono i segni del Cancro, dello Scorpione e dei Pesci.

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L’intransigente

La libertà italiana è sempre stata fragile perché troppo pochi sanno essere intransigenti.

Siamo il paese della libertà fragile. Le libere repubbliche del tardo Medio Evo non hanno saputo proteggersi dalla tirannide e dal dominio straniero; lo Stato liberale nato dal Risorgimento nel 1861 è stato distrutto cinquant’anni dopo dal fascismo; la Repubblica democratica nata il 2 giugno 1946 è degenerata nel sistema berlusconiano. Perché tutto ciò è accaduto e accade?

Perché in tutte queste occasioni sono mancati gli oppositori determinati a combattere con tutte le forze contro queste tirannie, qualunque forma abbiano assunto, e perché in troppi sono disposti ad aprire loro le porte e a cedere il passo.

  Il video: http://www.laterza.it /index.php?option=com_content&view=article&id=725:lqintransigenteq-viroli-a-le-storie-di-augias&Itemid=101

Approfondimenti: http://www.novefebbraio.it/video/maurizio-viroli-intransigenza-e-coscienza-morale

http://www.unipd.it/ilbo/content/lintransigente-di-maurizio-viroli

 

Una pianta con molte . Primo requisito della buona intransigenza è senza dubbio la saggezza politica, intesa come capacità di capire uomini, circostanze e tempi. È un sapere che non si basa su regole certe, ma sull’arte raffinata di interpretare parole, segni, gesti e sulla capacità di cogliere la “verità effettuale della cosa”, come scrive Machiavelli, che sta dietro ai veli della simulazione della dissimulazione e delle menzogne della politica. È la realtà delle motivazioni e delle passioni che spingono individui e popoli ad agire in un modo anziché un altro, a perseguire determinati fini e a disinteressarsi di altri. Se vogliamo disegnare congetture probabili su come agirà questo o quel politico, questo o quel popolo, dobbiamo leggere bene le sue passioni, capire se sono avidi di gloria, o attaccati agli interessi materiali, audaci o cauti, ambiziosi o umili. Solo chi è in grado di intendere la geografia delle passioni può disegnare e mettere in atto strategie politiche vincenti.

La saggezza che aiuta l’intransigenza viene da una conoscenza specifica che diffida di modelli generali: non le interessa sapere come dovrebbero agire gli esseri umani se fossero razionali, ma com’è probabile che agisca questo o quel politico in determinate circostanze. […] Tale qualità si acquista con l’esperienza e con la conoscenza della storia. Quest’ultima permette di capire la realtà entro la quale dobbiamo operare riconoscendola, vale a dire individuando le analogie con situazioni simili che si sono verificate in passato. Ma il riconoscimento è opera delicata, che richiede, ammoniva Guicciardini, “buono e perspicacie occhio”, perché, ai fini dell’azione politica, una piccola differenza rispetto alla situazione del passato fa tutta la differenza del mondo. Se i politici italiani avessero avuto questo tipo di saggezza, non avrebbero commesso l’errore di essere accomodanti né con Mussolini né con Berlusconi.

Oltre che di saggezza, l’intransigenza ha bisogno di passioni. […] Da sola, la voce della coscienza morale difficilmente può vincere contro avversari agguerriti come le lusinghe, le promesse di onori e la pena e il senso di colpa che affliggono chi per il proprio ideale fa soffrire le persone più care; è necessario che accorra in suo aiuto una passione tenace quale lo sdegno, inteso come quel profondo senso di repulsione per l’ingiustizia, che è proprio degli animi grandi ed è invece del tutto sconosciuto agli animi servili e ignobili. Diverso dalla compassione, che è dolore nei confronti della immeritata sfortuna di altri; diverso anche dall’invidia, che è il dolore per un bene che gli altri hanno e noi no; lo sdegno è, in senso stretto, l’ira dei buoni: l’ira per giusti motivi, l’ira nei confronti delle persone contro le quali è giusto provare ira.

Lo sdegno è insomma l’ira guidata dalla ragione e come tale può, anzi, deve vivere anche nell’animo della persona mite. in taluni casi, lo sdegno nasce dal furore elaborato e meditato razionalmente e si traduce in più matura consapevolezza e in serenità interiore e servizio. […]

Lo sdegno impone di operare anche quando le speranze di vincere sono esigue o nulle, quando bisogna agire nell’indifferenza dei più, e quando lottare espone a pericoli certi. Ciononostante, solo lo sdegno spinge a difendere la libertà nei tempi bui, quando i più piegano la schiena e si rassegnano all’oppressione. Bobbio l’ha definito “l’arma senza la quale non vi è lotta che duri ostinata, senza la quale, vittoriosi, ci si infiacchisce, e, vinti, si cede”. È la virtù dei precursori, degli anticipatori, di quelli che dimostrano che si può lottare e incoraggiano gli altri a seguire il loro esempio anche quando la prudenza, con buoni argomenti, consiglia di stare fermi, di tacere, di adeguarsi. La fatica di chi agisce per sdegno spesso non riesce ad incrinare il potere di chi opprime e a fermare l’oppressione. Essa ha tuttavia l’effetto di incoraggiare altri a seguire il medesimo cammino, a non arrendersi e a volte può dare anche la vittoria insperata. […]

Lo sdegno non è soltanto la passione dei momenti straordinari, ma deve ispirare l’agire dei cittadini nella vita ordinaria della repubblica. Ogni volta che viene violato un principio di libertà e di giustizia, l’azione guidata dallo sdegno dovrebbe essere la risposta normale di cittadini maturi. Nella realtà, prevalgono spesso docilità, indifferenza oppure azione rabbiosa, che è segno di impotenza più che di forza. Per i suoi presupposti – il principio morale e la grandezza dell’animo – lo sdegno è passione difficile. Lo insegnano soltanto, con l’esempio, i migliori ai migliori.

Il movimento degli ‘indignados’, nato pochi mesi or sono in Spagna e già diffusosi nel resto del mondo, usa apertamente il linguaggio dello sdegno. Nei suoi manifesti esprime una condanna radicale della corruzione politica e del sistema economico che mira soltanto a produrre immensi profitti per pochi e disoccupazione e povertà per molti. Rivendica una “rivoluzione etica” che metta il denaro al servizio dell’essere umano, non questo al servizio di quello. Afferma con chiarezza che “siamo persone, non prodotti sul mercato”: “io non sono solo ciò che compro”, proclama il manifesto ‘democracia real ya’. Per gran parte dei giovani che hanno dato vita al nuovo movimento si tratta della prima esperienza di partecipazione politica: hanno imparato a tenere assemblee, a discutere, a deliberare. Voci autorevoli hanno commentato che indignarsi non basta per realizzare effettivi cambiamenti sociali e politici ed evitare un triste riflusso. L’osservazione è giusta, ma non coglie il dato di maggior rilievo, vale a dire la nascita di un movimento che si pone obbiettivi di giustizia e di libertà ed è animato dal giusto sdegno contro le ingiustizie e la corruzione. Un movimento di protesta sociale che nasce dallo sdegno può perdere, se manca di sagacia politica; un movimento che non nasce dallo sdegno, ma dall’ideologia o dall’interesse non può conseguire i suoi obbiettivi neppure con il soccorso della più raffinata sagacia politica.

 Maurizio Viroli, L’intransigente, pp. 68-77

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A lezione di Ignoranza

Un corso sorprendente ma serissimo alla Columbia di New York
Lo tiene un professore di neuroscienze Piero Bianucci
Sapevate che alla Columbia University di New York c’è un corso di Ignoranza? Lo tiene Stuart Firestein, che è anche professore di neuroscienze e direttore del Dipartimento di biologia.

Viva l'ignoranza! Il motore perpetuo della scienza

Immaginare come funzioni un corso di Ignoranza porta a paradossi curiosi. L’esame misura quanto si sa sull’ignoranza o quanto si ignora? Per gli studenti è meglio prendere 18 o 30 e lode? Ancora: con quali criteri si organizza un concorso alla cattedra di Ignoranza? Come si forma la commissione? Con docenti di quali discipline? I suoi componenti dovranno essere di chiara fama o precari sfigati? I candidati presenteranno una lista di pubblicazioni scadenti? Vincerà la cattedra chi ha il curriculum peggiore?

Messa così non sembra una cosa seria. Invece lo è. Possiamo immaginare la conoscenza come un’isola che cresce in mezzo a un oceano che rappresenta l’ignoranza. All’inizio la scienza era un atollo piccolissimo, oggi è una grande isola divisa in varie regioni: fisica, chimica, biologia, informatica e così via. E si allarga sempre più rapidamente. Ma attenzione: con la stessa velocità si allunga la sua linea di costa. Cioè il confine con l’oceano dell’ignoranza. Dunque, osserva Firestein, il prodotto finale della conoscenza è l’ignoranza. Però, aggiunge, una «ignoranza informata

», che si configura come nuove domande, che a loro volta produrranno risposte, cioè conoscenza, e quindi altra ignoranza.

Fin qui è tutto abbastanza normale. Socrate insegnò che la vera conoscenza è sapere di non sapere e il cardinale Nicola Cusano (1401-1464) parlava di «dotta ignoranza», intendendo che si può conoscere l’ignoto solo mettendolo in relazione con ciò che già si conosce, ma perché ciò avvenga, occorre avere qualche vaga conoscenza dell’ignoto; solo Dio possiede una conoscenza infinita.

È tuttavia necessario un passo ulteriore, e Stuart Firestein lo fa: al di là dell’ignoranza che sappiamo di avere perché è il confine con il conosciuto (la linea di costa dell’isola), bisogna sapere che può esistere
qualcosa che ignoriamo di ignorare. È un po’ come se, dalla costa dell’isola, vedessimo soltanto oceano e oceano e oceano: ciò non significa che oltre l’orizzonte non ci siano altri continenti, cioè l’ignoto immerso nell’ignorato. Questa, se volete, è una «dotta ignoranza» di secondo livello. Una meta-ignoranza o, da un altro punto di vista, una meta-conoscenza.

Stuart Firestein, da buon americano, non si avventura in ragionamenti così sottili, tipici della nostra filosofia europea. Però coglie il centro del bersaglio: la scienza progredisce tanto più rapidamente quanto più gli scienziati prendono consapevolezza della loro ignoranza e – ancora meglio – del fatto che esiste una ignoranza che ignorano.

Oggi quasi tutti i ricercatori lavorano chiusi dentro le soffocanti pareti della specializzazione. Firestein ricorda che nel 2002 «sono stati archiviati nel mondo cinque esabyte di informazioni, cioè quanto basta a riempire la Biblioteca del Congresso Usa trentasettemila volte». Ma dal 2002 «questo dato è cresciuto di un milione di volte». Nessuno potrà mai dominare una tale massa di informazioni neppure nell’ambito della propria disciplina. Figuriamoci che cosa potrà sapere delle discipline altrui. Eppure le cose più interessanti (le scoperte) si fanno sulla frontiere tra scienze diverse. Una dotta ignoranza dovrebbe portare a questa consapevolezza. Se poi si vuole davvero scoprire qualcosa di rivoluzionario, serve la meta-ignoranza: sapere che può esserci qualcosa che ignoriamo di ignorare.

Ecco perché, nel suo corso alla Columbia University, Firestein invita colleghi fisici, biologi, chimici, matematici, e chiede loro di tenere una lezione su ciò che non sanno. Non contento, ha scritto un libro – Viva l’ignoranza!, ora tradotto per Bollati Boringhieri (pp. 156 pagine, € 14) – dove ha raccolto il suo messaggio e una serie di «case history». Tra le «case history» c’è anche la sua. Incominciò a lavorare come aiuto direttore di scena di una compagnia teatrale e fece carriera fino a diventare regista. A quel punto, senza abbandonare il palcoscenico, si laureò in etologia alla San Francisco State University. Dopo aver indagato sul ruolo dell’olfatto negli animali, poiché il senso dell’odorato è costituito da terminazioni nervose, passò allo studio del cervello, l’organo più misterioso. Un percorso dall’ignoranza totale all’ignoranza che sa di ignorare e sa che potrebbe non sapere di non sapere.

Non vorrei però che qualcuno, scoprendo i paradossi di Firestein, giungesse alla conclusione che la scienza sa poco o niente e finisse con lo svalutarla, come tanti oggi tendono a fare. Se così fosse, il rimedio c’è. È il libro di Gilberto Corbellini Scienza (Bollati Boringhieri, pp. 156, € 9): qui troverete risposta a tutte le critiche che una cultura ignorante della propria ignoranza muove alla conoscenza scientifica. Tipo: la scienza è riduzionista e quindi inadeguata a spiegare la complessità del reale, gli scienziati non vanno d’accordo neppure tra loro, la scienza è un’organizzazione di potere, la scienza non genera valori e quindi è sottoposta all’etica, la scienza annulla la soggettività e quindi è sorda ai valori umanistici…. E se fosse vero proprio il contrario?

da: http://www.lastampa.it/2013/06/24/cultura/a-lezione-di-ignoranza-drNIXg31ysQAmKmCZIETAL/pagina.html

Per approfondire http://www.stmoderna.it/Rassegna-Stampa/DettagliQuotidiani.aspx?id=13268

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AVANZO

A te ritorno

per perdermi disciogliere i grumi

di nuova vita

come un impasto mal riuscito

giù, nello sciacquone

 

A te ritorno

come resa

vuoto a perdere nell’indifferenziata

gettata insieme non è seme

di pianta né di fiore

 

A te ritorno liofilizzata

mutato il vento che sentivo

forte nello stomaco

al colmo della forza

tutte le possibilità dischiuse

 

ciò che resta

ora tenta

una nuova

dipartita.


Avanzo 1. ciò che resta di q. c. 2. eccedenza dell’entrata sull’uscita, utili 3. resto (aritm.) 4. risparmio 5. spazio percorso in un giro di elica in direzione del moto della nave 6. progresso.

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PADRI E FIGLI

Padri e figli

Padri e figli, il più noto romanzo di Turgenev, è ambientato nel 1859 e descrive lo scontro tra due generazioni che personificano due
diverse culture.

http://www.besaeditrice.it/component/virtuemart/?page=shop.product_details&category_id=38&flypage=flypage_new.tpl&product_id=746

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MINERVA

Per chi mi ha conosciuto
io ero Minerva
che ha deragliato
i sentieri del giusto.

Per chi mi conosce
io sono Minerva
Minerva alla cassa
Minerva la saggia
Minerva la scaltra
Minerva capace
Minerva che ride
Minerva che lotta
Minerva la bella
Minerva felice.

Cosa lega i soldi
svelti precisi sotto le mie dita
il sorriso dei miei occhi ocra
sugli albi per bambini;
cosa lega la magrezza, il mio
non bere all’abito cucito tra le sbarre;

cosa lega l’uomo che mi aiuta
a infilare il cappotto e
il ragazzo che mi scorta
puntuale fuori dal negozio;
cosa lega me oggi al coltello
del mio pusher col quale
ho ucciso un uomo.

Quando ho fatto a meno
dell’integrità innata quando ho smesso
di essere forza che danza,
quando la catena umana si è spezzata dal mio collo quando
il fuoco è incespicato e non ho più capito
le cose che dovevano finire?

Ora, che claudicanti si sono fatti
i tuoi sentieri del giusto
non sai punirmi, tu, ora:
se io ho potuto
anche tu potrai!

Ti terrorizza

il pensiero

non della colpa

ma della pena.

 

Minerva 1. Minerva fu la divinità romana della guerra, della saggezza e la protettrice degli artigiani. Da un punto di vista mitologico, la figura di Minerva deriva da quella di Atena, suo corrispettivo nella mitologia greca. Come per Atena anche per Minerva l’animale sacro è la civetta, talvolta il gufo. 2. Collare ortopedico di materiale rigido usato per sostenere e tenere fermi il collo e la testa. 3. Nome commerciale di fiammiferi, la cui capocchia non contiene fosforo e si accende solo se strofinata sull’apposita striscia della bustina in cui sono confezionati.

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